Guerra. Le parole per dirla alle giovani generazioni

novembre 4, 2011 § Lascia un commento

 celeste grossi

Sarà perché sono a Firenze, sarà che in questi giorni l’Italia sta scivolando a mare (a causa di alluvioni provocate dal dissesto climatico e idrogeologico determinato da chi ci governa a livello mondiale, ma anche, metaforicamente, da scelte politiche ed economiche di chi ci governa a livello nazionale), ma se penso al 4 novembre penso a quello del 1966 e non a quello del 1918.

Dà più senso di futuro e di speranza pensare a La meglio gioventù che 45 anni fa si rimboccò le maniche per salvare dalle acque dell’Arno esondato la cultura patria custodita negli Uffizi e nella Biblioteca nazionale per sé, per tutti noi e per le generazioni che verranno. Anche La meglio gioventù del ’15-’18, quei ragazzi del ‘99, pensava che rimboccarsi le maniche, andare in guerra, servisse a se stessi e al Paese, ma era stata ingannata.

Pensando a loro mi sono ritornate in mente le parole scritte da Tiziana Bartolini, direttora della rivista mensile noidonne, su Ogni vittima ha il volto di Abele supplemento a  La nonviolenza è in cammino: «Questa estate, passeggiando in montagna, abbiamo percorso delle trincee della prima guerra mondiale. Eravamo in Trentino, e lì il fronte intrappolò migliaia di soldati. Muri di sassi impilati diligentemente ancora fermano saldamente i solchi scavati nella terra. Sono stati davvero ben costruiti quei camminamenti se ancora sono lì, immobili e saldi a mostrarci la follia di tanta destrezza al servizio di una disumana degenerazione. C’erano gallerie scavate nella roccia e anfratti coperti, che probabilmente consentivano un breve riparo dalla pioggia… o dai proiettili. La giornata era tersa e la vista spaziava fino al lago di Garda che si apriva allo sguardo e illuminava l’anima. Quanti soldati hanno avuto quel panorama davanti ai loro occhi prima di morire? Quali pensieri li hanno attraversati insieme alle pallottole “nemiche”. Scambi di “cortesie” da un versante all’altro della montagna. Giovani tra loro sconosciuti che qualcuno ha deciso di mettere su sponde opposte. Le guerre le decidono le cancellerie, confidando nella disciplina e nel terrore. Ma oggi vediamo guerre decise dai popoli in rivolta e ci domandiamo fino a che punto, davvero, c’è autonomia in quelle scelte di violenza. La guerra è una manifestazione di follia collettiva dell’uomo, della società patriarcale che non sa parlare altro linguaggio».

Non parla delle persone la retorica di questi giorni, quella dei treni che percorrono l’Italia e delle parate che percorrono i Fori imperiali, parla di eroi e di vite sacrificate per la Patria, nel tentativo di distogliere la nostra attenzione dai problemi e dalle guerre dell’oggi. Mi domando quanta di questa retorica e di queste falsità rimarranno nelle giovani menti di chi in questi anni studia la storia della Vittoria e non la storia dei soldati morti.

Altre parole e altre immagini sarebbe bello pronunciare e vedere a scuola. Per esempio  i film di Monicelli, il grande regista capace di parlare agli occhi e ai cuori del suo disprezzo per la guerra e della sua affettuosa e pietosa vicinanza ai soldati, vittime, non eroi.

E magari fare ascoltare Imagine di John Lennon «Immagina che non ci siano nazioni, non è difficile se vuoi. Nessuno da uccidere e niente per cui morire. Immagina che non ci siano religioni. Immagina che tutti vivano la propria vita in pace. Immagina che non ci sia la proprietà, vorrei sapere se ci riesci. Immagina che tutti siano fraternamente uniti e ognuno abbia come casa il mondo. Puoi dire che sono un sognatore, ma non sono l’unico. Io spero che un giorno anche tu ti unirai a noi. E il mondo sarà davvero una cosa sola»

 

 

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